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Scontri in Turchia, com’è nata la protesta

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I Paesi mediorientali sono in rivolta. In queste settimane abbiamo assistito inermi a quello che sta accadendo in Siria, ma qualcosa di molto simile, anche se potenzialmente molto più pesante, sta accadendo in Turchia. Questo antico Paese, da sempre a metà tra l’Occidente più avanzato e l’Oriente più tradizionalista, è riuscito a convivere pacificamente con tutte le culture e le ideologie. Negli ultimi tempi però l’idea di dover creare ricchezza a tutti i costi, anche sopprimendo la democrazia, non piace più alla gente.

Da settimane infatti il malcontento del popolo si sta facendo sempre più incalzante, in seguito alle decisioni prese dal Premier Erdogan che, dopo 10 anni di Governo incontrastato, negli ultimi tempi sta cominciando ad avere delle manie di grandezza. Ha così avviato una serie di opere faraoniche quanto inutili (basti citare la Moschea più grande del mondo, l’edificazione di aree urbane dal nulla per 1 milione di abitanti alla volta o lo spostamento del traffico veicolare sotto terra) che hanno fatto letteralmente infuriare i suoi cittadini.

Tra i progetti che proprio al popolo non sono andati giù c’è la costruzione del mega centro commerciale al posto del parco Gezi. Il parco Gezi non è Central Park, anzi, è più piccolo di molti parchi delle nostre città, ma è un luogo simbolico. Si tratta infatti dell’unico polmone verde della parte europea della città di Istanbul, e fino a quasi un secolo fa era uno dei parchi più grandi del Paese. Man mano che passava il tempo però, si è ridotto sempre di più in quanto diverse costruzioni come gli alberghi di lusso si sono “mangiate” i suoi alberi. Fino a qualche settimana fa quando Erdogan ha annunciato di voler realizzare questo centro commerciale (l’ennesimo) che occuperà interamente l’area del parco, cancellandolo definitivamente dalla mappa.

I cittadini, i quali vivono in un’area ormai grigia fatta solo di palazzoni e senza nemmeno un briciolo di verde, si sono aggrappati con tutte le loro forze alle poche centinaia di alberi del parco, ed hanno iniziato ad occuparlo durante la notte. L’intenzione era di non far entrare le ruspe per non fargli abbattere gli alberi, ma non hanno fatto i conti con la reazione delle istituzioni. Una reazione che nessuno si sarebbe mai immaginato così prepotente.

Sin dal primo giorno infatti la polizia ha mostrato i muscoli, procedendo ad arresti per chiunque si opponesse all’ingresso delle macchine. Questa risposta autoritaria ha però indispettito i cittadini, risvegliando la coscienza anche di migliaia di persone che fino a quel momento non si erano interessate all’argomento. Ogni giorno che passava la gente nel parco aumentava, e di conseguenza anche la reazione delle autorità. Negli ultimi giorni l’escalation è stata ripidissima e si è passati ai proiettili di gomma, alle manganellate e ai lacrimogeni.

Queste azioni, degne di una guerra civile, non hanno fatto altro che accendere la protesta ulteriormente, tanto che migliaia di turchi sono scesi in piazza anche in altre città come Ankara e Smirne, per chiedere che si smetta con la violenza e si tratti una pace in modo civile. Ma Erdogan, nella sua mania di grandezza, non ne vuole sapere e ordina di utilizzare sempre più la forza, oscurando i media che, per poter continuare a trasmettere, prendono le parti del Governo. Il suo partito però vacilla perché, dopo le proteste in Egitto, Siria ed in altri Paesi vicini, nessuno vuol arrivare a ripetere gli stessi scenari. Anche perché si contano già i primi morti ed oltre mille feriti. I cittadini ormai chiedono le dimissioni del Premier che si sentiva invincibile fino a qualche settimana fa, e se le dimissioni non dovessero arrivare, il rischio di una nuova Siria è davvero reale.

Foto: Occupygezi su Twitter

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