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Siria, gli Stati Uniti dicono no alla guerra ma si affidano all’Onu

conflitto in siria

Per adesso la guerra in Siria rimane soltanto civile. Nonostante le pressioni fatte da Erdogan, Primo Ministro turco, su Obama per proporre l’intervento militare, per ora il presidente degli Stati Uniti continua ad agire per via diplomatica. Il motivo ufficiale è che ci sono ancora alcuni strumenti da provare, la realtà è che non si capisce chi sia il vero nemico. Ufficialmente la guerra è tra Assad ed il suo popolo, ma la realtà è molto più complessa.

Per comprenderla meglio bisogna fare un passo indietro. Il popolo, in seguito alle numerose rivolte scaturite dall’ormai famosa primavera araba, chiede da un paio d’anni che il regime di Assad lasci il posto ad un Governo eletto. Il capo di Stato non ci pensa affatto a lasciare il potere e risponde alla rivolta con le armi, compresi i bombardamenti aerei. Il problema al momento sembra essere stato un errore di calcolo da parte degli Stati Uniti.

Se fossero intervenuti sin dall’inizio, obbligando Assad a lasciare il potere, con o senza l’Onu, probabilmente oggi la Siria sarebbe un Paese normale, uno dei tanti arabi “Occidentali” come il Qatar o l’Arabia Saudita. In realtà l’inazione non ha fatto altro che rafforzare l’odio verso gli Occidentali e confermare l’ideologia islamica. Non a caso, denuncia oggi Erdogan, una delle organizzazioni più potenti che dirigono la rivolta è quella di Jabat al Nusra, cellula siriana di Al-Qaida. Negli ultimi mesi molte organizzazioni estremiste hanno gridato alla guerra santa e fatto arrivare migliaia di terroristi da tutto il mondo arabo per unirsi alla rivolta.

E così la situazione si è trasformata dalla ribellione di un popolo ridotto alla fame contro un regime opprimente ad una rivolta islamica contro un regime che rappresenta i valori dell’Occidente. L’escalation negli ultimi tempi è evidente. I Paesi che chiedono l’intervento armato portano come prova l’utilizzo di armi chimiche che sono vietate dai trattati internazionali, ma il problema è che il sospetto è che non sia stato il regime di Assad ad utilizzarle (o forse non solo lui), ma anche i ribelli riforniti proprio dalle organizzazioni terroristiche. A peggiorare la situazione ci sono stati già tre sequestri, di cui l’ultimo proprio un paio di giorni fa, di caschi blu o osservatori dell’Onu da parte dei ribelli. Dopo poche ore sono stati tutti rilasciati, così come i molti giornalisti, anche italiani. Tutti tranne l’inviato de La Stampa Domenico Quirico, sequestrato da Hezbollah al confine con il Libano più di un mese fa ed ancora nelle mani del partito libanese considerato da molti Paesi un’organizzazione terroristica.

In tutto questo gli USA sono chiamati ad una decisione. L’unica proposta concreta che potrebbe essere accettata da Obama potrebbe essere istituire una no-fly zone, sotto l’egida dell’Onu, per evitare che i ribelli vengano bombardati dagli aerei del regime. Per far cadere Assad invece gli americani tentano ancora l’arma diplomatica, convincendo persino la Russia a passare dalla loro parte. Il tempo stringe e qualcosa va comunque fatta dato che man mano che passano i giorni la forza delle organizzazioni estremistiche aumenta sempre di più e non vorremmo ritrovarci con un Paese guidato dai talebani.

Foto: © Thinkstock

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