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Il Paese in cui i femminicidi non (si) contano

violenza sulle donneIl CEDAW, la Convenzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, raccomanda il monitoraggio dei femminicidi. In Italia per sapere che nel 2012 sono state uccise 124 donne dobbiamo affidarci ai dati diffusi dalla Casa delle Donne di Bologna. Sono donne

spesso lasciate sole a difendere la propria sicurezza e i/le propri figli/e, colpevolizzate perché subiscono o perché “non fanno abbastanza”, perché vengono ritenute responsabili delle discriminazioni e della violenza agìta contro di loro, perché “hanno amato l’uomo sbagliato”.

Dati raccolti spulciando i trafiletti di cronaca nera, i notiziari, nel tentativo di tracciare un’analisi di questa escalation di violenza, all’attenzione dell’opinione pubblica soltanto in prossimità dell’8 marzo. E così si muore due volte: la prima per mano della furia omicida di un sentimento malato, la seconda a causa della dimenticanza del femminicidio, un fenomeno che andrebbe estirpato come un cancro con campagne di sensibilizzazione contro ogni forma di violenza sulle donne e prevenzione del disagio psicologico che viene a maturarsi nei contesti familiari e interpersonali. I dati parlano chiaro: il 60% dei femminicidi avvenuti in Italia nel 2012 è riconducibile ad un familiare, un amante, un parente. Nel 25% dei casi a far scattare la furia omicida è l’intenzione della vittima di porre fine alla relazione.

Si parla troppo poco dei mille volti della violenza sulle donne. In molti credono ancora che dietro questi omidici efferati si nasconda perlopiù lo spettro dell’abuso di droghe, alcolici, condizioni di disagio economico ed emarginazione sociale, l’età avanzata che porta a sragionare, il male che viene dall’esterno, mandando in frantumi i vetri della finestra di casa e seminando morte con un volto sconosciuto. Ma il volto di questa violenza è spesso un volto familiare e “normale”, come emerge dai dati dell’Osservatorio del Telefono Rosa. Nel 61% dei casi si tratta di un uomo tra i 35 e i 54 anni, nel 63% dei casi l’omicida non fa uso di alcol o droghe, nel 46% dei casi è diplomato, nel 19% dei casi possiede una laurea. Nel 73% dei casi l’omicida è italiano.

La maggior parte dei delitti si consuma nelle regioni del Nord. Le regioni in cui il femminicidio miete più vittime sono la Lombardia, la Campania e l’Emilia Romagna. E proprio in Campania è apparso ieri un manifesto pubblicitario vergognoso che scherza sul femminicidio per reclamizzare prodotti per l’igiene della casa. Elimina tutte le tracce, recita il claim. Sullo sfondo il cadavere di una donna appena assassinata, in primo piano l’uomo che cerca di cancellare ogni traccia di sangue con lo straccio. L’immagine vergognosa (in alto a destra) ha anche un’altra versione in cui ruoli sono capovolti, la donna che cerca di cancellare le tracce dopo l’assassinio di un uomo. I pubblicitari hanno ottenuto il loro scopo: far parlare del prodotto. Ma questa campagna fa sanguinare ulteriormente la dignità ferita a morte di centinaia di donne. La speranza è che acquirenti consapevoli si ricordino di questo spot riprovevole prima di comprare anche un solo straccio di questa azienda. La cosa che fa più male è però pensare che il nostro Paese quegli stracci in fondo li abbia già comprati e ne faccia uso da tempo, cancellando ogni traccia delle donne morte di femminicidio, dimenticandosi di contarle e di far sì che contino qualcosa, che pesino come un macigno su chi poteva agire sul fronte della prevenzione. Uno dei volti più crudeli della violenza sulle donne, dall’identikit inconfondibile: l’indifferenza.

 

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