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Marò in India, pena di morte non esclusa dal Governo indiano

Dopo mille polemiche alla fine i due marò italiani accusati di omicidio in India sono tornati nel Paese asiatico per farsi processare. I rapporti tra i due Paesi però adesso si sono incrinati e la diplomazia indiana se ne lava le mani. Il pericolo della pena di morte, che in un primo momento sembrava scongiurato, adesso ritorna a spaventare i due fucilieri. Il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, intervistato dall’emittente nazionale Ibn, ha detto chiaramente che non può dare alcuna garanzia sulle decisioni della Corte Suprema.

La vicenda è diventata spinosa quando, circa un mese fa, il Ministro degli Esteri uscente Terzi aveva dichiarato che i due fucilieri, tornati in Italia per le elezioni, non sarebbero più ripartiti per l’India perché dovevano essere giudicati nel loro Paese. Oggi si scopre che dietro questa decisione ci fosse proprio il sospetto che la pena di morte, vigente in India, non fosse stata esclusa a priori tra le varie pene che potevano essere inflitte ai due militari.

Fatto sta che questa decisione ha allarmato le diplomazie dei due Stati, con gli indiani che sono arrivati persino alle minacce di ritorsioni nei confronti del nostro Paese. Alla fine ai due marò è stato ordinato di tornare in India, ma ormai i rapporti sono stati compromessi. Martedì prossimo i ministri Terzi e Di Paola riferiranno alla Camera sul loro “comportamento censurabile”, come lo ha definito il capogruppo alla Camera di Sinistra Ecologia e Libertà Gennaro Migliore, e c’è chi ha anche chiesto le dimissioni almeno del Ministro degli Esteri. Delle dimissioni inutili dato che a giorni verrà sostituito per la formazione del nuovo Governo.

La vicenda ha lasciato intedetti tutti, compresi la Marina Italiana e persino l’Unione Europea dato che sia la decisione di trattenere i fucilieri in Italia che quella conseguente di rimandarli in India sono state prese dal Ministro Terzi in completa autonomia e senza consultare nessuno di questi importanti organi. Il tutto sulla pelle dei due marò che si ritrovano nel mezzo di uno scontro diplomatico con una spada di Damocle che gli pende sulla testa. Una speranza oggi la fornisce proprio uno dei due avvocati che li seguono, Giacomo Aiello, il quale ha dichiarato che le parole del ministro indiano sono legate ad un registro diplomatico (un ministro non può modificare una sentenza della magistratura), ma che comunque in quel Paese la pena di morte viene comminata molto raramente.

 

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