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Feto congelato all’Università Bicocca, un sabotaggio?

Nei giorni scorsi si è vissuto in una specie di film horror all’Università Bicocca di Milano. Un ricercatore si è imbattuto per caso in un reperto che assomigliava tanto ad un feto umano. Ovviamente nei laboratori universitari non poteva esserci nessun reperto simile, e così l’ha fatto analizzare da una collega biologa. Purtroppo l’analisi ha dato esito positivo: si trattava di un feto di 4 o 5 mesi. Immediatamente il ricercatore ha contattato il 113 ed ha denunciato l’accaduto.

Ma com’è stato possibile? Subito si è pensato ad una ricerca andata oltre le regole. Secondo la legge italiana infatti non è possibile effettuare ricerche su un feto umano, ma il fatto che in quei laboratori si stesse studiando una cura contro la SLA ha fatto aumentare i sospetti. Gli studiosi stavano ricercando un metodo per arginare la sclerosi laterale amiotrofica utilizzando delle cellule staminali cerebrali, ed alcuni studi si stavano concentrando proprio su parti di feti abortiti per cause naturali, una pratica considerata legale. Certo è che questo non giustificava la presenza di un feto in un congelatore anche perché in questo periodo gli studi erano stati effettuati solo su individui adulti.

Ora le indagini sono aperte, ma secondo i dirigenti dell’Ateneo c’è solo una spiegazione: si tratta di un sabotaggio. Da anni infatti in Italia va avanti una vera e propria battaglia tra chi vuole effettuare studi sulle cellule staminali e chi vi si oppone fermamente per ragioni etiche e religiose. Secondo il responsabile del laboratorio Angelo Vescovi, si tratterebbe addirittura di “estremisti” in guerra contro le cellule staminali e la ricerca medica, e la sua teoria è supportata anche da un altro sabotaggio, avvenuto qualche tempo fa, quando è stata aperta una bombola di azoto liquido in un laboratorio che ha cancellato 7 anni di lavoro. Il sospetto è che qualcuno di questi fondamentalisti si sia introdotto furtivamente nell’Università ed abbia piazzato il feto nella cella frigorifera, anche perché il reperto non era conservato in uno dei soliti contenitori utilizzati dai ricercatori, ma dentro un sacchetto di plastica contenuto a sua volta in una scatola di polistirolo. Ora sono state avviate due indagini, una della magistratura ed una interna, per far luce su questa tremenda vicenda.

Foto: Università Bicocca su Facebook

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