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Pagarsi i contributi da soli: come funziona e quanto si paga

Pagarsi i contributi da soli

Nel mondo del lavoro sempre più instabile può capitare di restare disoccupati a pochi anni dalla pensione. Per evitare di perdere tutti i contributi versati fino a quel momento, esiste la possibilità di pagarsi i contributi da soli. Tecnicamente si parla di contributi volontari e si applicano in due casi: coprire la parte mancante dei contributi relativa al periodo non lavorato, oppure come integrazione dei contributi stessi per percepire un assegno pensionistico più elevato al momento del ritiro.

Facciamo due esempi. Il primo caso è quello di un lavoratore a cui mancano 3 o 4 anni di contributi per andare in pensione, ma perde il lavoro perché l’azienda chiude o viene licenziato. In questo caso decide di versarsi i contributi, attingendo ai propri risparmi, per poter arrivare alla quota che dà diritto alla pensione. Il secondo caso è invece quello di un lavoratore che, con i contributi versati durante la sua carriera, percepirà una pensione piuttosto bassa. In questo caso può versare volontariamente una quota aggiuntiva che, aggiunta ai contributi già versati dal datore di lavoro, gli permetterà di percepire un assegno maggiore.

In questo articolo faremo riferimento alla cassa contributiva dell’Inps, ma il discorso è valido per qualsiasi altra cassa previdenziale. Vediamo come funziona la contribuzione volontaria e come si calcola l’esborso.

I requisiti richiesti per pagarsi i contributi da soli

Non tutti possono pagare i contributi Inps autonomamente, cioè senza che lo faccia il datore di lavoro. Per poterlo fare, bisogna rispettare una serie di requisiti, ovvero:

  1. avere già almeno 5 anni di contributi versati. In altre parole si deve aver lavorato, come dipendente o come autonomo, da almeno 5 anni e aver versato 60 mesi di contributi;
  2. bisogna avere già versato almeno 3 anni di contributi negli ultimi cinque anni dalla presentazione della domanda;
  3. avere cessato qualsiasi tipo di attività lavorativa.

Rientrano nel diritto alla contribuzione volontaria anche le persone che hanno richiesto periodi di aspettativa non retribuita per motivi familiari o di studio, e chi lavora solo part-time. È possibile pagare i contributi per se stessi e per i familiari.

Quanto costa la contribuzione volontaria Inps

La quota di contributi volontari non è mai uguale per tutti, ma dipende dallo stipendio che si è percepito fino al momento dell’interruzione dell’attività lavorativa e dal numero di mesi da coprire. L’importo viene calcolato prendendo in considerazione l’aliquota Inps (o l’aliquota della gestione separata a cui si è iscritti) moltiplicata per la retribuzione imponibile che si è percepita nell’anno precedente alla richiesta. L’aliquota Inps è di circa il 32%, quella dei commercianti intorno al 24-25%, ma le casse contributive possono essere molto differenti le une dalle altre.

A grandi linee il calcolo si effettua così: reddito imponibile dichiarato nell’ultima dichiarazione dei redditi, diviso per 13 mensilità, il risultato si moltiplica per l’aliquota contributiva e poi il tutto si moltiplica per il numero di anni rimanenti alla pensione. Quella che risulta è la quota complessiva da versare alla cassa previdenziale. Proviamo a fare un esempio pratico: il calcolo per un dipendente che dichiara 20 mila euro lordi l’anno che deve pagarsi i contributi per tre anni è il seguente: 20.000/13 x 32,30% (aliquota Inps) x 36= 17.890 euro complessivi, ovvero 5963 euro l’anno, circa 500 euro al mese. Il calcolo, lo ribadiamo, è realizzato a grandi linee e non tiene conto di coefficienti di rivalutazione, aliquote IVS e altre variabili che possono far cambiare il risultato di alcune decine di euro.

È importante sottolineare che se si ha difficoltà qualche volta a pagare la quota mensile, la si può saltare senza il rischio di perdere il diritto alla contribuzione volontaria.

Come presentare domanda di contribuzione volontaria

I lavoratori dipendenti devono presentare domanda presso gli uffici dell’Inps o CAF e patronati. Il calcolo per loro parte dal primo sabato successivo alla presentazione della domanda. Gli autonomi devono presentare domanda presso la propria cassa previdenziale e per loro il calcolo parte dal primo giorno del mese di presentazione della domanda. Se la domanda viene presentata prima della cessazione dell’attività lavorativa, le tempistiche slittano al mese successivo a quello della cancellazione dall’elenco professionale.  Contestualmente alla domanda, bisogna presentare:

  • Modello CU dell’anno precedente per i dipendenti;
  • Modello sostitutivo che attesti le retribuzioni ricevute nell’anno in corso, sempre per i dipendenti;
  • Ultima dichiarazione dei redditi per gli autonomi;
  • Contratto di lavoro e dichiarazione del datore di lavoro per i lavoratori part-time.

Per quanto riguarda l’Inps, si potrà seguire la propria situazione dal sito ufficiale, sezione Versamenti Volontari. Il pagamento si può effettuare attraverso il bollettino Mav inviato direttamente dall’Inps, oppure tramite il circuito pagoPA o le tabaccherie aderenti. I pagamenti sono trimestrali.

Una volta che l’autorizzazione viene concessa, non decade mai. L’unico modo per interrompere questa attività è se dovesse riprendere l’attività lavorativa. In questo caso il lavoratore deve presentare richiesta di interruzione e ricalcolo dei contributi volontari presso la propria cassa previdenziale. Se si salta una mensilità va pagata comunque entro i successivi 3 mesi. Se si supera tale soglia, anche se dovesse essere pagato successivamente, il contributo viene annullato e rimborsato. Si potrà continuare ad effettuare i versamenti normalmente, ma nel computo risulterà una quota in meno. I contributi volontari sono deducibili fiscalmente dall’Irpef.

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