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L’equilibrio della lucertola: una storia di corsa, panico, musica e… vita

L'equilibrio della lucertola - Giovanni Allevi

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.

Prendo in prestito, umilmente, le parole di Marcel Proust per introdurre L’equilibrio della lucertola, un libro scritto non dal compositore, ma dall’uomo Giovanni Allevi. Uno di quei libri che si aprono sul nostro cammino quando siamo pronti ad accogliere senza paura la parte di noi che ci mostreranno, ad accettare con coraggio la nostra umana vulnerabilità.

L’autore fa fatica a trovare un’etichetta da appiccicare alla sua opera. E non stupisce per un testo genuino che vive di una collocazione propria. Non è una favola, non è un romanzo autobiografico, non è un diario. È un sentiero di parole che conduce negli stessi luoghi dell’anima frequentati dalle persone emotive e ipersensibili: il panico, lo sconforto, il baratro emotivo, ma anche la passione, la creatività, la scelta della vita intera, con tutte le sue imperfezioni, i suoi crescendo e i suoi diminuendo da assecondare, i suoi umani squilibri.

Da questa lettura è nato un dialogo con il maestro Giovanni Allevi, che ringrazio ancora per il suo tempo, per la sincerità disarmante, ma soprattutto per le parole emozionanti che mi ha regalato nel nostro scambio di mail e che custodirò gelosamente. Buona lettura a tutte le lucertole affamate di sole ed emozioni, nascoste là fuori, in ascolto.

Ci nascondiamo alla vista degli altri, come lucertole, per rigenerarci nel silenzio della diffidenza. Moriamo quando qualcuno ci chiude in una scatola, lontano dal sole, dal nostro lato selvaggio. Perdiamo pezzi di noi stessi lungo il cammino, ma continuiamo a vivere, maturando una nuova pelle dalle nostre ferite. Tu quale parte di te hai perso per strada, Giovanni? Di cosa ti hanno privato le convenzioni sociali, gli impegni, il successo?

Quando ho avuto l’ultimo attacco di panico, pochi mesi fa, in piena notte, durante un viaggio di ritorno da Trieste a Milano, nei secondi precedenti si è affacciata in me una strana e nuova sensazione. Per un attimo un senso di familiarità e di nostalgia mi hanno pervaso, come se avessi compassione e comprensione per quanto sarebbe accaduto di lì a poco. Ho sentito cioè che fosse “giusto” ed “inevitabile” quel nuovo attacco. Avevo condotto il concerto verso vette di intensità estrema, ed il pubblico del Teatro Rossetti non si era certo risparmiato: come un organismo vivente aveva respirato assieme a me, vissuto ogni nota con palpabile emozione. La mia anima espansa premeva su ogni centimetro del teatro, in un tragico stato di grazia e di totale vulnerabilità. Sarebbe stato impossibile tornare alla “normalità”, ed il Panico si è ribellato. Ecco cosa mi sono perso in questi anni: la normalità, la discrezione, il silenzio, ma anche l’amicizia, la spensieratezza.

Occorrono coraggio, esercizio e determinazione per scegliere la sofferenza, l’imperfezione, l’asimmetria, l’emotività, in un mondo che celebra l’impassibilità, la felicità a ogni costo, gli schemi rigidi, la competitività. Dove hai trovato questa forza, Giovanni? Come la rigeneri quando ti abbandona?

Il destino ha voluto che io finissi al centro di proiezioni collettive, di aspettative più o meno esagerate. Un sistema culturale ormai bloccato da anni in una sterile celebrazione del passato, vedeva in me la necessità e al tempo stesso la paura del cambiamento. Ma ogni mia cellula, ogni mio passo, ogni anno passato a studiare e a comporre, mi conducevano lì, verso il nuovo, inevitabile orizzonte. Dove paradossalmente si celebra il contrario di tutto: il presente vince sul passato, lo squilibrio vince sull’equilibrio, la fragilità sulla forza, la bellezza interiore su quella esteriore, la a-socialità sulla mondanità, il panico sulla superficialità. Questo fa di me un eretico, per di più ingenuo. Passo gran parte del tempo a cercare il modo di evitare il rogo, sdrammatizzando la mia persona. Ma la tensione che sento dentro è altissima, e spesso è tradita da una risata non contestualizzata. Al momento, l’unico rimedio, oltre la musica, in grado di regalarmi un momentaneo sollievo è la corsa.

Il tuo incubo ricorrente è di cadere da un cornicione e precipitare nel vuoto. Il mio è essere travolta da un’onda enorme. È la paura atavica di soccombere sotto al peso delle nostre aspettative, di perdere le certezze e non riuscire a rimanere a galla, in equilibrio. Fino a quando scopriamo che cadere ed essere travolti non è la fine, ma un inizio. Perché per trovare l’equilibrio bisogna prima perderlo. Tu continui ancora ad esercitarti ad abbandonare il controllo?

Mentre scrivo, sono nel pieno di un tour di pianoforte solo in Oriente. Affronto quasi un concerto al giorno in città diverse, davanti un pubblico sempre nuovo, ma anche incontri istituzionali, visite nei luoghi sacri della tradizione, interviste televisive. Devo essere concentrato, non posso concedermi sbavature, o errori semplicemente nella postura o nei rituali, perché poi il meccanismo mediatico cristallizza ed amplifica. Un alto funzionario cinese, persona molto colta e saggia, dopo aver assistito ad un mio concerto, ha fatto una osservazione sulla mia musica che mi ha sorpreso: in essa ha riconosciuto una grande logica. Ha ragione. Solo attraverso la ferrea struttura logica e complessa della musica, l’intensità emotiva raggiunge il suo fuoco. Ecco allora giustificato tutto il mio sforzo, di attenzione, di concentrazione, sia nell’esecuzione al pianoforte che nella composizione o nell’uso delle parole: tutto confluisce in quella fiamma ardente che deve bruciare in fondo al cuore e lasciare un segno. Dopo aver costruito pazientemente la struttura logica, posso finalmente tuffarmi nel mare delle emozioni.

Parliamo di paure. La psicologa Anna Oliverio Ferraris sostiene che la paura, se socializzata, appare meno incontrollabile. Un libro che parla di noi è una potente forma di socializzazione. Ci permette di esternare immediatamente le nostre emozioni con centinaia di persone. Scrivere delle tue fragilità, condividerle senza censure, ti ha aiutato a sentirti meno atterrito?

No, lo sono ancora, perché non avevo intenzione di scrivere un libro, o almeno non avrei mai pensato che quel testo sarebbe stato pubblicato. L’ho scritto per me, in solitudine, come se le sue parole fossero sussurrate. Una volta concluso, proprio perché facevo fatica a comprendere la natura di ciò che avevo scritto (un testo di filosofia? una favola? un romanzo autobiografico? un diario?) l’ho inviato alla mia editor storica, persona di enorme sensibilità, la quale mi ha chiesto se mai avessi voluto pubblicare questo “qualcosa”, che si distaccava da tutto ciò da uno scrittore ci si possa aspettare. Lì per lì, ne sono stato orgoglioso, ma il candore del testo, l’intimità e la mancanza di una censura emotiva mi hanno spaventato. Quando alla presentazione del libro, alla Stazione Termini di Roma, mi sono trovato davanti alla folla, ho capito che quelle pagine avevano toccato il popolo del tormento, degli squilibrati, degli incompresi; soltanto allora, lo spavento iniziale ha lasciato il posto al calore e ad un profondo senso di umanità.

Ho conosciuto anch’io la ragazza sull’orlo del baratro di cui parli nel libro, Giovanni. Quell’anima smarrita che desidera abbandonarsi al buio rassicurante del nulla, ma poi ascolta la tua musica comporre il suo stesso sconforto, mettere a nudo le fragilità umane senza vergogna, e si salva, abbandonandosi a un pianto comune. Ci tenevo a dirti grazie da parte sua per… come sei veramente.

Ora posso dirlo senza paura: l’Equilibrio della lucertola, è la rappresentazione simbolica di un tentativo di suicidio, che culmina però con la scelta della vita. Tutta la tensione del testo, tutta la mia logica ritualità, mi conducono sull’orlo di una scogliera (dove sono realmente stato), a fare esperienza del sottilissimo equilibrio tra la vita e la morte. In quel momento la mia anima si apre ad una esperienza mistica, nell’incontro con lo spirito di una giovane donna che, pur in un’altra epoca, accetta le proprie colpe e le proprie fragilità; anche lei sceglie la vita invece di abbandonarsi al vuoto, e solo da quel momento comincerà a guardare il mondo con gli occhi nuovi, di chi è passato attraverso la disperazione.

Tutti coloro che hanno fatto esperienza del buio dell’anima, nella depressione, nel Panico, nell’anoressia, nell’insonnia…hanno una missione che solo a loro è dato di svolgere: portare nel mondo una luce!

2 commenti

  1. Grande Giovanni, è solo attraverso il dolore, il panico, l’angoscia di morte e la paura di vivere che riusciamo a conoscere meglio la nostra anima ferita e a far sbocciare un fiore da quel solco. Ti voglio bene. Ti comprendo profondamente e ti sono vicina.

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