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Detroit: Become Human, recensione del nuovo capolavoro di David Cage

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Anno 2038, macchine volanti, città automatizzate ed esseri umani che non sono esseri umani ma macchine. Fantascienza? Forse neanche tanto se pensiamo a com’era il mondo 20 anni fa, nel 1998, quando non esistevano ancora gli smartphone, internet andava a passo di lumaca e non era nemmeno arrivata l’elettronica nelle auto. Gioca su questo, e su molto altro, David Cage, papà di grandi videogiochi rivoluzionari del passato come Heavy Rain e Beyond: Due Anime, e che si è ripetuto con Detroit: Become Human.

Il titolo, realizzato in collaborazione con Quantic Dream in esclusiva per PS4, ci porta in un mondo che finora abbiamo visto solo nei film di fantascienza. Ma che forse tanto fantascientifico non è. Dopotutto già oggi esistono le case domotiche e i primi androidi, seppur a livello base. In Detroit: Become Human siamo ad un livello molto avanzato, tanto che se non fosse per un cerchietto sulla tempia potrebbero essere scambiati per esseri umani. Il problema comincia a sorgere quando loro davvero cominciano a sentirsi umani, e vogliono essere trattati di conseguenza. Connor, Kara e Markus: saranno loro le nostre tre stelle polari che ci trasporteranno in una storia molto coinvolgente ed appassionante.

Il punto di forza di Detroit: Become Human – la trama

Cercando di non spoilerare eccessivamente quello che è il punto di forza del gioco, possiamo rivelare che l’avventura procederà su tre linee che iniziano parallele ma finiranno con l’intersecarsi più volte. Connor è un androide detective, la macchina umanoide più tecnologicamente avanzata mai realizzata. È progettato infatti non solo per studiare indizi e risolvere casi, ma soprattutto per fermare la piaga dei cosiddetti “devianti”, ovvero androidi ribelli che rappresentano un pericolo per il genere umano. Kara è invece un umanoide-colf. Progettata per fare le pulizie e badare ai bambini, avrà la sfortuna di essere “ingaggiata” da una persona non proprio raccomandabile, da cui dovrà imparare a difendersi. Markus infine è un androide-badante. Programmato per assistere nella vita quotidiana un anziano disabile, scopre all’improvviso che la vita non è così semplice come potrebbe sembrare all’apparenza.

La scrittura della sceneggiatura è quanto ci si aspetta da David Cage: un capolavoro, o quasi. Se avete giocato ad Heavy Rain sapete di cosa parlo. Giocare a Detroit: Become Human è quasi come vedere un film interattivo. Siamo infatti lontani anni luce dagli action games che stanno spopolando in questo periodo. L’intento è quello di raccontare una storia su come potrebbe cambiare la nostra società in un futuro molto prossimo, seguendo le vite apparentemente tranquille dei tre androidi alle prese con scelte morali degne del migliore degli esseri umani.

Lato tecnico buono ma migliorabile

L’aspetto che ci ha colpito sin dal primo istante, non solo di gioco ma sin dal primo teaser di qualche anno fa, è la grafica. Per fortuna dalle prime immagini dell’E3 al gioco definitivo non c’è stato alcun downgrade grafico come purtroppo siamo abituati a vedere. Da questo punto di vista il comparto tecnico è eccezionale, uno dei migliori visti negli ultimi anni. Le espressioni del volto sono talmente realistiche che sembra quasi un film. Il grande lavoro di Quantic Dream non ha riguardato soltanto i tre personaggi principali ma anche quelli secondari come il Tenente Anderson o gli altri androidi con cui avremo a che fare. I movimenti facciali, le espressioni, è tutto talmente realistico che verrebbe voglia di ascoltare l’audio in lingua originale anche per vedere combaciare il labiale alle parole. Una possibilità che vi invitiamo a considerare dato che è possibile impostare i sottotitoli in italiano.

Ci siamo soffermati sul gran lavoro fatto sui volti perché invece il resto ci ha lasciati perplessi. La meccanica dei corpi non è altrettanto curata, e probabilmente il più grande punto debole del titolo riguarda il gameplay. I movimenti sono goffi e molto spesso non corrispondono ai comandi che vengono impartiti con il joypad. A causa anche di una scelta non molto comprensibile di avere una telecamera fissa (l’inquadratura si può cambiare, ma spesso non migliora la situazione), alcuni movimenti sono davvero incomprensibili. A volte infatti per far muovere il personaggio in una direzione lo dobbiamo far girare su stesso, e riuscire ad entrare in uno spazio stretto diventa un’impresa ardua. Per non parlare della scelta di utilizzare la levetta destra non solo per spostare la visuale ma anche per compiere alcune azioni. Così capita che, se posizionati in un certo modo, non si riesca a compiere l’azione ma si sposti solo il campo visivo del personaggio.

Lato audio invece la situazione è impeccabile. Musiche di alto livello, effetti sonori credibili, abbiamo inoltre già parlato del doppiaggio in italiano davvero di ottima fattura.

Una longevità più che accettabile

Non capita spesso di poter terminare un videogioco al 100%, ma con Detroit: Become Human ciò sarà possibile. Non alla prima run sicuramente. Il titolo è infatti realizzato in maniera tale da poter ritornare indietro (dopo averlo finito) per provare le varie opzioni lasciate per strada. Come accaduto in altri titoli degli ultimi anni, come quelli ben noti di TellTale Games, durante la trama si svilupperanno dei bivi. A seconda delle scelte che si compiono è possibile che la storia si sviluppi in un modo o in un altro. O è possibile anche “perdere” il proprio personaggio. Per questo motivo, dopo una prima partita che può durare dalle 10 alle 15 ore a seconda della decisione di esplorare o no il mondo di gioco; si potranno rigiocare i vari capitoli e vedere come sarebbe andata la storia se si fosse presa una decisione diversa.

Da un lato questa possibilità è grandiosa perché ci permette di vivere in pieno l’intera sceneggiatura. Dall’altro però a volte può risultare fastidiosa in quanto ci si ritroverà più volte a ripetere lo stesso livello, in quanto alcuni percorsi coincideranno. Poco male comunque, chi è abituato a ricominciare più volte un titolo per vedere i diversi finali sa che c’è questo scotto da pagare. E in Detroit di finali ce ne sono più di uno.

Conclusioni

Se siete appassionati di belle storie, Detroit: Become Human è il gioco che fa per voi. Non è molto difficile tecnicamente. Non c’è tantissima azione, il che lo rende fruibile ad un pubblico molto ampio. A parte i quick time event in cui bisogna schiacciare il pulsante giusto al momento giusto, per il resto non c’è alcuna difficoltà e quindi anche chi non ha molta dimestichezza con il joypad lo troverà divertente. Se invece siete giocatori esperti potete provare la difficoltà “difficile” che non cambierà nulla durante il gioco, ma renderà i QTE molto più complicati. Al giorno d’oggi fare un gioco per tutti, specialmente su una console “adulta” come la PS4, non è cosa semplice. Eppure Quantic Dream ci è riuscita. Forse la trama non sarà la più originale del mondo, ma appassiona facilmente il giocatore che avrà difficoltà a staccarsi dal pad finché non finirà il gioco. E poi una finestra sul futuro, per vedere come rischiamo di diventare, fa riflettere. E far riflettere lo spettatore è uno degli scopi che i geni alla Cage si prefiggono. Buon lavoro Quantic Dream!

Detroit: Become Human - recensione

Trama - 9.5
Grafica - 10
Sonoro - 9.5
Gameplay - 7.5
Rigiocabilità - 10
Longevità - 9
Novità - 9

9.2

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