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Zen con lo smartphone: la digital mindfulness di Paolo Subioli

digital mindfulness Paolo SubioliOggi siamo esposti a una realtà digitale sempre più filtrata, calibrata sui nostri interessi e preferenze. Facebook, Google, Amazon, sanno tutto di noi e ci propongono notizie, prodotti, esperienze in linea con la nostra identità virtuale. Questo filtro spesso diventa la principale, quando non l’unica, rappresentazione del mondo e della società.

Il rischio è di perdere il contatto con la realtà fuori dallo schermo. Una realtà meno compiacente, fatta di opinioni e passioni diverse, di incontri inaspettati, tensioni necessarie, abitudini da rompere. Una realtà in cui esistono scontri, emozioni e relazioni complesse, difficili da gestire senza un certo allenamento e un bagaglio emozionale e sensoriale completo.

Come possiamo evitare l’appiattimento e fare pace con un mondo che non ci piace? Riequilibrarci con una realtà non sempre allineata alle nostre ricerche, meno magnanima, ma certamente più autentica e migliore maestra di vita? L’ho chiesto a Paolo Subioli, giornalista de Il Sole 24 ore, autore di Ama il tuo smartphone come te stesso e Zen in the city.

Internet è qualcosa di vasto in modo colossale. Per le persone curiose è una miniera inesauribile, ma rimaniamo sempre esseri umani. Quando la nostra specie si è evoluta, alcuni uomini si avventuravano nell’esplorazione di nuovi territori, ma solo quando era necessario, perché la cosa più conveniente per tutti era stare all’interno del proprio clan, senza rischiare mai di rimanere isolati. È per questo che siamo così attratti dai social network e amiamo frequentare fonti che confermino le opinioni che abbiamo già.

I media digitali possono invece diventare per noi palestra di esplorazione del diverso e dell’inusuale. Nel libro propongo alcuni esercizi, come quello di andare a leggere fonti di informazione di Paesi lontani, usando la traduzione automatica del browser per capirne il contenuto, oppure effettuare ricerche Google con la navigazione anonima.

Ma è sempre più difficile sfuggire alle maglie di piattaforme che cercano di incanalarci verso comportamenti per loro prevedibili. Per il resto, non bisogna dimenticare la nostra autentica umanità, che ci chiede di mantenere un contatto costante con gli elementi naturali e con il nostro corpo.

Grazie per questi consigli, Paolo. Tempo fa parlando con una conoscente mi sorprese sentirle pronunciare questa frase: “Che noia su Facebook ultimamente, non succede più niente”. Mi stupii perché non avevo mai pensato a Facebook come a un luogo in cui potesse davvero accadere qualcosa di concreto.

Eppure, come lei stesso fa notare, quello che (non) avviene su un social network può avere conseguenze reali, anche pesanti. Come nel caso dei matrimoni distrutti da un tradimento virtuale.

Qual è a suo avviso il modo per tornare a confinare la vita digitale negli schermi, impedendo che diventi più importante di ciò che esiste e avviene realmente?

Ho coniato il termine “verità digitale” per esprimere la realtà surrogata dai nuovi media, che ci sembra sempre più reale. In realtà non è possibile operare una netta cesura tra la “verità digitale” e la realtà tout court, perché l’una è la rappresentazione dell’altra, la quale a sua volta è fortemente condizionata dalla prima.

Io propongo di adottare come mantra “Crederci, va bene, ma fino a un certo punto”. Questo deve valere per tutto, dalle previsioni meteo alle condivisioni dei nostri amici sui social. Ma vale anche per la rappresentazione di noi stessi che la Rete ci restituisce attraverso i nostri profili sui social, su Spotify, YouTube e Netflix. Ogni cosa possiamo guardarla con disincanto e il giusto distacco.

Internet in questo può aiutarci molto, perché è la rete del relativo, non dell’assoluto. Tutto dipende comunque dal nostro atteggiamento, dalla “postura” mentale con la quale ci accostiamo ai media e ai servizi digitali. E l’altra cosa importantissima è mantenere sempre molto vive le relazioni in carne e ossa. Uscire di casa, vedere gli amici, abbracciarli, fare sesso, partecipare a incontri, riunioni, spettacoli. Molti terroristi islamici non sono praticamente mai entrati in una vera moschea, ma si sono auto-fomentati e radicalizzati unicamente online, nella solitudine delle proprie case.

Ho trovato giusto che in Ama il tuo smartphone come te stesso abbia dedicato un’ampia riflessione alla responsabilità di noi utenti nella costruzione di un web sano e condivisibile. Un dovere morale che dovrebbe essere ancora più sentito da giornalisti ed editori, chiamati a decretare il tema del giorno e a stabilire quali contenuti debbano essere diffusi e quali invece non meritino attenzione.

Purtroppo l’editoria online va sempre più verso la deriva per rimanere competitiva. Lascia che siano gli algoritmi (e gli introiti pubblicitari) a decretare cosa sia notiziabile e cosa meno. I contenuti vengono spettacolarizzati ed enfatizzati per spiccare nel flusso di notizie. Il risultato è che anche grandi giornali si lasciano sedurre dal condividere notizie non verificate. O contenuti tanto popolari quanto lontani dallo scopo dell’informazione.

Non è raro che anche giornali “seri” titolino “Ecco il video che ha scandalizzato l’Italia” per attirare clic e non perdere lettori. Tanto che a volte non si sa più se si stia leggendo un pezzo satirico di Lercio o la pagina di un quotidiano di tutto rispetto. I pochi che non si adeguano al mainstream dei contenuti leggeri e fruibili in pochi secondi sono ormai considerati progetti editoriali di nicchia, riservati a un’élite di intellettuali.

Secondo lei come si può contrastare questa deriva? Se fosse un editore quale ricetta proporrebbe per educare il (grande) pubblico a un’informazione digitale approfondita, non faziosa ed equilibrata?

La sua analisi mi sembra molto calzante rispetto a ciò che sta succedendo nel mondo dell’informazione, dove però in realtà nessuno ha una ricetta che sembri funzionare. Oggi persino BuzzFeed, il campione dell’informazione virale, basata sugli interessi degli utenti, non va troppo bene, e Facebook fatica a trovare la formula giusta per contrastare le fake news. I grandi editori non sanno dove mettere le mani.

Testate come il Guardian continuano ad andare avanti con un’informazione di qualità perché dietro hanno ancora qualcuno disposto a perdere un sacco di soldi ogni giorno. Ma in Italia, se consideriamo uno dei nostri giornali migliori, Repubblica, la sua versione online è per certi versi l’opposto di quella cartacea, con la cronaca e il gossip che strabordano, snaturando il carattere di questa testata un tempo considerata icona radical-chic.

A me piace molto la formula proposta da Il Post di Luca Sofri, che con un budget contenuto riesce a fare informazione di alta qualità, ma immagino che anche loro siano in perdita. La loro formula è di dare un’informazione esaustiva su ogni argomento, grazie a un lavoro fatto quasi tutto a tavolino, ma senza la pretesa di piacere a tutti. L’informazione sul web non è come quella in TV; più che per le masse è per le nicchie.

I social network enfatizzano aspetti della nostra personalità e della nostra vita, è innegabile. Se questo a volte può garantirci un vantaggio, ad esempio mostrare solo i lati di noi socialmente accettabili, altre volte ci impedisce di dare un’idea corretta dei veri noi, quelli che è possibile incontrare nella vita reale.

Mi è capitato ad esempio di “nascondere” dal mio feed gli aggiornamenti di un contatto che non faceva altro che condividere preghiere improbabili, catene di Sant’Antonio, truffe e complotti inesistenti, maledizioni varie, e di bollarlo come un credulone. Per poi scoprire nel corso di un incontro nella vita reale che non faceva mai alcun riferimento a questi argomenti, non cercava di convertire/convincere nessuno ad ogni costo, e parlava del più e del meno di tanti argomenti diversi.

Cosa possiamo fare per evitare che i social tirino fuori lati di noi che nella realtà nemmeno esistono, o comunque non sono così marcati?

Beh, se ci mettiamo di proposito a scrivere certe cose, come si può dire che sono aspetti di noi che non esistono? Quando siamo nella zona di comfort costituita da tastiera e schermo, è più facile sciogliere tanti freni inibitori, perché non c’è una relazione diretta con altri esseri umani. Infatti in rete capita spessissimo che scoppino risse verbali e volino insulti, tra gente che non si sognerebbe mai di farlo in una riunione dal vivo.

Per questo motivo, l’ambiente digitale è una risorsa preziosa per noi, dal momento che ci consente di avere un riscontro oggettivo del contributo che giorno dopo giorno apportiamo al mondo. È quello che chiamo “karma digitale”, ovvero l’insieme delle nostre azioni online, che possiamo facilmente osservare per controllare gli effetti del nostro agire, sia sugli altri, sia su noi stessi. Ogni tanto fa bene andarsi a rivedere le nostre pagine personali sui social, o i profili su canali come YouTube. Ci possono svelare molti aspetti di noi, anche se non dobbiamo crederci più di tanto, nel senso che nessuno di noi ha un io immutabile e univoco nei comportamenti. Siamo mossi da tante motivazioni diverse, a volte in contrasto tra loro, e ogni giorno siamo diversi. Scoprirlo è anche bello, no?

Penso che il trionfo della banalità sia uno dei rischi di un uso esagerato dei social network. Oggi persino azioni comuni, quotidiane e scontate come fare una doccia, mangiare un’insalata per cena o dire Ti amo al partner diventano oggetto di condivisione e sfoggio sui social.

Nel suo libro lei fa giustamente notare che a volte il desiderio di condividere ogni singolo istante della propria vita privata si scontra con la violazione della privacy altrui. Come nel caso dei genitori che condividono foto del figlio neonato mentre fa il bagnetto, o addirittura quando ha ancora la placenta attaccata.

Come difendere da sguardi indiscreti la propria privacy, senza sentirsi rifiutati dal gruppo sociale che (ri)chiede costanti aggiornamenti?

Tante volte ci sembra che gli altri vogliano da noi qualche cosa, ma molto spesso non è vero. È il nostro ancestrale bisogno di sentirci affiliati a un gruppo che ci fa sentire sempre bisognosi di qualche conferma. Se ad esempio sono una mamma, e mi sembra che tutte le altre mamme esibiscano online i propri figli, potrei essere spinta a fare lo stesso. Ma se vado a vedere meglio, mi accorgerò che solo alcune mamme lo fanno e non c’è affatto bisogno che lo faccia anch’io. In realtà nessuno me l’ha chiesto.

Se siamo consapevoli, in ogni momento possiamo regolare il nostro comportamento, lasciando prevalere qualche volta gli automatismi, qualche altra volta (ma sarebbe meglio la maggior parte delle volte) le azioni ben ponderate. Un esercizio regolare di meditazione può aiutarci a sviluppare questa capacità.

Grazie per il suo prezioso contributo, Paolo!

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