Eutanasia: la legge sul fine vita in Italia e all’estero

di Onofrio Marco Mancini
1 commenti

eutanasia

La vicenda di Dj Fabo ha riacceso il dibattito sull’eutanasia in Italia. La cosiddetta legge sul fine vita, che dovrebbe garantire una morte dignitosa a chi ormai non può più vivere una vita normale, ancora nel nostro Paese non c’è. Il dibattito si accese, anche in maniera violenta in alcuni momenti, durante il caso Eluana Englaro. In quel periodo, anno 2009, l’allora Governo Berlusconi accelerò improvvisamente su un dibattito bloccato da anni per impedire l’eutanasia, in ogni sua forma (diretta e indiretta). In poche settimane si ottennero i risultati che per anni non erano mai stati raggiunti, ma appena prima che il processo potesse giungere al termine, Eluana morì in maniera naturale. Il suo decesso portò il Parlamento a bloccare all’improvviso i lavori e da allora l’iter della legge è rimasto fermo. Vediamo com’è la situazione attualmente in Italia.

La legge sull’eutanasia in Italia

L’Europa chiede da oltre un decennio all’Italia di legiferare sull’eutanasia, visto che nel resto dell’Unione quasi tutti i Paesi lo hanno già fatto. Ma qui, anche a causa delle ingerenze della Chiesa, tutto rimane ancora fermo. L’unica cosa che si è fatta paradossalmente è cambiarle il nome: da fine vita si è passati al Biotestamento, ma la sostanza non cambia. Il disegno di legge, dopo la vicenda di Dj Fabo, era stato timidamente rispolverato, ma ora che l’uomo è morto, ha subito un nuovo rinvio. La storia della Englaro si ripete.

Allo stato attuale, 1° marzo 2017, ci sono ben 4 disegni di legge fermi in Commissione Giustizia e Affari Sociali della Camera. Il dibattito, con la votazione, dovrebbe avvenire nel corso di questo mese, ma il sospetto è che a meno che non venga alla ribalta qualche altro caso che accenda i riflettori sul tema, anche stavolta i disegni di legge siano destinati a rimanere nei cassetti e finire nel dimenticatoio.

L’eutanasia nel resto del mondo: dove è permessa e dove no

Dj Fabo, come molti altri italiani che si trovano nelle sue condizioni, alla fine è dovuto andare in Svizzera per porre fine alla sua non-vita. Lì la legge esiste da anni ed è molto rigida. Per poter accedere all’iter del fine vita bisogna passare l’esame di una commissione composta da tre medici, i quali valutano le condizioni del malato e devono così stabilire se la sua situazione sia davvero irrecuperabile oppure no. Una volta superata questa “commissione”, il paziente incontra un quarto medico che tenta in tutti i modi di convincerlo a non procedere. Se anche quest’ultimo tentativo fallisce, a quel punto si procede in una struttura autorizzata che inocula un antiemetico e un farmaco che induce il coma e blocca la respirazione dopo circa due ore. Per non far incorrere i medici in procedure legali legate all’omicidio, il paziente deve prendere il farmaco con le sue mani. Per questo la procedura è denominata suicidio assistito o Morte Volontaria assistita. Il costo dell’intera procedura è di circa 13 mila euro.

In Europa ci sono altri tre Paesi, oltre alla Svizzera, nei quali l’eutanasia è considerata legale: Olanda, Belgio e Lussemburgo. In questi Paesi è possibile l’eutanasia attiva, cioè simile a quella della Svizzera nella quale è possibile fornire al malato un farmaco che gli toglie la vita. I requisiti sono che il paziente deve essere affetto da una malattia incurabile, che sia perfettamente in grado di intendere e di volere e soffra di una condizione che gli provochi dolore costante. In Olanda si calcola che avvengano circa tremila casi di eutanasia all’anno. In Belgio poco più di mille.

Negli altri Paesi europei come Svezia, Germania, Spagna, Finlandia, Ungheria e Danimarca è possibile l’eutanasia passiva che consiste nel blocco dell’alimentazione e in alcuni casi della respirazione meccanica. In Francia l’eutanasia attiva è vietata mentre quella passiva è fortemente limitata all’evitare l’accanimento terapeutico (prolungamento della vita artificialmente con macchine e medicinali). Infine in Gran Bretagna in teoria sarebbero vietate entrambe, ma il giudice ha facoltà di decidere caso per caso e, eventualmente, autorizzare anche l’eutanasia attiva.

Al di fuori dell’Unione Europea, il primo Paese al mondo che ha autorizzato l’eutanasia è stato la Colombia nel lontano 1997. Oggi è praticata anche in Cina, negli Stati Uniti (dove è possibile anche per la depressione), in Canada, Messico, India e in Giappone, mentre in Australia è fortemente limitata ma alcune direttive sono possibili. Occorre specificare che in quasi nessuno dei Paesi sopra indicati la procedura ha il nome di “eutanasia” in quanto questa pratica (che letteralmente significherebbe “dare la morte”) è considerata illegale. Ognuno però prevede una forma di “assistenza al suicidio”, una sorta di accompagnamento verso la fine della vita.

Foto: Pixabay

Pubblicità

Potrebbe interessarti anche

1 commenti

Biotestamento ed eutanasia: se ne discute a Pavia con Marco Cappato 6 Giugno 2017 - 16:26

[…] ha analizzato la questione dal punto di vista giuridico. Dopo un excursus sulla situazione delle leggi sull’eutanasia all’estero, ha definito la legge italiana una legge buona ma non perfetta. Ci sono ancora luci e ombre sul […]

Rispondi

Lascia un commento