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Brexit: cos’è e conseguenze per l’Italia

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Sale sempre di più la febbre per la cosiddetta Brexit, ovvero la possibile uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna. Anche se il regno di Elisabetta ha mantenuto la sterlina e alcune legislazioni proprie, fa parte dell’UE esattamente come ne fanno parte l’Italia, la Germania o la Grecia. A differenza di quest’ultima, che ha rischiato di essere “cacciata” dall’Unione per problemi finanziari, la Gran Bretagna potrebbe andarsene di sua spontanea volontà, creando una serie di effetti a catena che alcuni economisti definiscono disastrosi. L’appuntamento è per il prossimo 23 giugno quando il popolo britannico sarà chiamato a votare per il Sì o il No alla Brexit.

Brexit: cosa succede se vince il sì

I politici più estremisti stanno portando avanti una campagna in favore del sì in quanto affermano che tutti i mali economici attuali della Gran Bretagna sono legati alle politiche di austherity volute dall’Unione Europea. Nonostante l’UK sia probabilmente la nazione che risente meno dei problemi economici europei grazie alla sterlina forte, le conseguenze, almeno a detta dei favorevoli al sì, saranno sia economiche che sociali. Con la Brexit i salari dovrebbero riprendere a salire e le stime sulla crescita del Pil, attualmente ridotte di mezzo punto percentuale, dovrebbero riprendersi.

Le conseguenze più importanti ci saranno dal punto di vista sociale, e in particolar modo per quanto riguarda l’immigrazione. Teoricamente (ma sarà quasi impossibile attuare tale politica) tutti gli immigrati diventerebbero automaticamente illegali e dovrebbero lasciare l’isola. Dunque non solo africani, sudamericani o asiatici, ma anche gli stessi cittadini dell’Unione Europea, italiani compresi. Per evitare che improvvisamente scienziati, ingegneri, infermieri e tantissimi altri professionisti non britannici spariscano improvvisamente, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson ha proposto una sorta di patente a punti dell’immigrato. In primis, per poterla ottenere bisogna sostenere un test di inglese, e poi bisogna dimostrare di avere un lavoro. Insomma, un sistema ibrido tra quello adottato dagli USA e quello dell’Australia. È stato proprio il Primo Ministro australiano però a far notare a Johnson che da quando hanno adottato questo sistema della patente a punti per gli immigrati, il numero degli ingressi è aumentato parecchio, arrivando a circa il doppio (pro capite) rispetto agli attuali numeri britannici. Per non parlare delle politiche di immigrazione europee che prevedono quote per i rifugiati siriani e degli altri Paesi in guerra: la Gran Bretagna, se uscisse dall’Unione, non ne accoglierebbe nemmeno uno. Dagli ultimi sondaggi pare che il 52% della popolazione britannica sia favorevole alla Brexit.

Brexit: le ragioni per votare no

Non sono della stessa opinione l’Ocse, l’80% degli economisti britannici e, ovviamente, l’Unione Europea. Gli scenari che in questo periodo si stanno delineando in caso di Brexit equivalgono ad una specie di catastrofe di proporzioni mondiali, come uno tsunami. Nell’ordine: le previsioni economiche fatte da Johnson e dal Ministro della Giustizia Cove, i due principali sostenitori del Sì, sono completamente sbagliate. La sterlina, secondo l’Ocse, verrebbe svalutata fortemente e mediamente gli stipendi verrebbero ridotti di 38 sterline a settimana entro il 2030. Al cambio attuale è come perdere 200 euro al mese circa. Altro che crescita del Pil: si stima infatti un segno negativo dall’1,25 all’1,5%. Ne risentirebbero fortemente anche tanti Paesi europei che hanno rapporti economici con la Gran Bretagna. L’Italia perderebbe circa l’1% del Pil, ma diversi Paesi avrebbero contraccolpi ancora più duri.

L’esempio più concreto di quanto immigrazione ed economia siano legati lo presentano gli economisti britannici che per una volta hanno quasi una visione unanime: un’enorme fetta di immigrati, per la maggior parte lavoratori, sarebbe costretta a lasciare il Paese. I proprietari di appartamenti, che hanno prezzi d’acquisto proibitivi, adesso si stanno arricchendo con gli affitti, ma se improvvisamente venissero a mancare decine di migliaia di affittuari, le case perderebbero di valore, rimarrebbero vuote e i prezzi, di conseguenza, dovrebbero precipitare. E così anche nei supermercati e in tutto il resto dell’economia legata alla massa. Sempre l’Ocse afferma che, dal punto di vista economico, le conseguenze della Brexit sarebbero simili alla crisi finanziaria cinese degli ultimi 2 anni.

Infine fanno sentire la propria voce anche le agenzie di rating come Standard & Poor’s che affermano come l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea comporterebbe un blocco degli investimenti stranieri a causa della forte incertezza politico-finanziaria che ne deriverebbe, e la volatilità dei mercati si ripercuoterebbe sulla sterlina che, al momento, è la moneta più forte del mondo. Inoltre il 44% della produzione britannica è esportato: con l’uscita dall’UE nuovi dazi e altri ostacoli danneggerebbero fortemente anche le aziende di medio-grandi dimensioni. La parola ora sta ai britannici: credere agli estremisti di Ukip o al proprio portafoglio.

Foto: Pixabay

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