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Referendum trivelle: quando e cosa si vota

referendum trivelle

Domenica 17 aprile gli italiani saranno chiamati a votare il primo dei tre referendum che ci attendono quest’anno. Quello che stiamo per andare ad affrontare è il cosiddetto Referendum trivelle che decide una parte del futuro energetico dell’Italia. A differenza di quanto lasciato trapelare inizialmente, voteranno tutti gli italiani, anche quelli delle Regioni che non sono direttamente interessate dalle trivellazioni. Si vota dalle 7 alle 23 di domenica 17 aprile. Ma cosa si vota?

Il quesito del Referendum trivelle

Inizialmente i quesiti del Referendum trivelle erano 6, ma cinque sono stati poi eliminati perché il comitato referendario, composto dalla Regioni, ha ottenuto dal Governo alcune modifiche delle leggi e dunque i quesiti sono diventati inutili. L’unico che rimane ancora in bilico, e sul quale voteremo, recita così:

Volete che, quando scadranno le concessioni, siano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane già in atto entro le 12 miglia dalla costa, anche se c’è ancora gas o petrolio?

Spieghiamo il quesito. Ad oggi lo Stato italiano ha concesso un certo numero di permessi di trivellazione alle compagnie petrolifere per estrarre il petrolio o il gas dal Mare Adriatico per la maggior parte, ma anche alcuni nello Jonio e nel Mar di Sicilia. Di recente il Governo Renzi ha modificato la legge al riguardo, portando le concessioni a trivellare dai 30 anni fino ad una data illimitata, cioè di fatto finché c’è petrolio (o gas). Il referendum chiede, limitatamente alle trivellazioni che avvengono entro le 12 miglia dalla costa, 92 in tutto, se si vuole abrogare quest’ultima legge, ponendo un limite di 30 anni (non rinnovabili) all’estrazione degli idrocarburi. È bene sottolineare che se vincesse il “sì” non si vieta alle compagnie petrolifere di trivellare le coste italiane, ma si vieta soltanto il fatto che lo facciano a tempo indeterminato.

Le ragioni del sì

A propendere per il , oltre ovviamente ai partiti di opposizione, ci sono le associazioni ambientaliste che affermano che le trivelle inquinano e che, almeno per le piattaforme entro le 12 miglia dalla costa, ci sia un elevato rischio di catastrofe ecologica. In caso di dispersione del greggio (vedi la marea nera della BP nel Golfo del Messico) le nostre coste verrebbero inondate dal petrolio, mettendo in ginocchio non solo l’ambiente, ma un buon pezzo dell’economia italiana dato che la maggior parte delle trivelle sotto accusa si trova nei pressi della riviera romagnola e giù fino al Salento. In caso di disastro ecologico ci vorrebbero decenni prima che il settore del turismo possa ritornare ai ritmi di oggi. Le associazioni contestano anche il fatto che le trivelle siano pericolose per la fauna ittica (a prescindere da eventuali disastri), a causa del rilascio delle sostanze chimiche in mare. Sostanze che poi finirebbero nel nostro corpo mangiando cozze, vongole e pesci del mare nostrum. Infine per gli ambientalisti chiudere con i combustibili fossili sarebbe un incentivo ad investire nelle rinnovabili.

Per il sì sono anche i cosiddetti “tecnici” che affermano come, trattandosi di concessioni statali, prolungare la concessione a tempo indeterminato creerebbe una disparità di trattamento rispetto a tutte le altre concessioni simili che hanno una scadenza. Insomma, sarebbe un regalo alle compagnie petrolifere. La scadenza serve allo Stato proprio per valutare se una concessione frutta denaro oppure no. Le compagnie autodichiarano quanto estraggono e su quello pagano le tasse: se dichiarano troppo poco lo Stato potrebbe non rinnovare la licenza alla fine del trentennio, ma se la licenza resta per sempre, lo Stato rischia di rimetterci un sacco di soldi.

Le ragioni del no

Oltre a contestare il discorso della pericolosità per la fauna ittica (secondo l’Ispra non c’è alcun pericolo), i comitati per il no affermano che grazie alle trivellazioni l’Italia può dipendere di meno dall’importazione di petrolio e gas naturale dell’estero, abbassando così i prezzi delle materie prime. Per il no sono anche i sindacati (tranne la Fiom) i quali affermano che se le trivellazioni dovessero essere fermate prima della loro “morte naturale” si perderebbero migliaia di posti di lavoro degli operai che lavorano sulle piattaforme. Secondo dati non ufficiali, tra diretti e indotto si parla di 29 mila persone, comprendendo però anche le piattaforme non a rischio chiusura. Infine ci sarebbe una perdita di entrate per le tasse di estrazione, comunque poco rilevante: si stimano circa 38 milioni di euro l’anno sui dati del 2015.

Foto: Pixabay

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