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Parolacce: il saggio di Natale Fioretto rivaluta il turpiloquio

 

saggio parolacce Natale FiorettoLe parolacce lontane dall’essere elementi di svilimento della comunicazione caricano i messaggi di nuove valenze espressive ed emozionali. Del potere del turpiloquio parla Natale Fioretto nel saggio Anche Francesco le diceva, una riflessione sociolinguistica sull’uso delle parolacce, edito dalla Graphe.it Edizioni.

L’autore analizza l’uso delle parolacce in diversi contesti: dalla politica al teatro, dalla letteratura religiosa al giornalismo. Fioretto cita il caso di Beppe Grillo. Il comico genovese ha costruito il suo personaggio politico sul turpiloquio per tracciare una demarcazione netta tra la solita politica e il Movimento 5 Stelle. Un confine che non sarebbe stato così marcato senza l’impiego di quel Vaffa, divenuto il mantra dei pentastellati, all’affannosa ricerca di un punto di rottura con le vecchie logiche dei partiti.

Le parolacce rappresentano anche un potente strumento a disposizione delle figure sociali più deboli per emergere in una discussione con un interlocutore in posizione dominante. Al riguardo Fioretto analizza il dialogo fra madre e figlio tratto dallo spettacolo teatrale Signori, io sono il comico (1987) di Peppe Barra e Lamberto Lambertini. Gli improperi in dialetto della madre diventano un atto poetico, perfettamente intonato al contesto. Le maledizioni attirano l’attenzione del pubblico, permettendo a un personaggio esile di superare i limiti della sua fisicità, conquistando una voce dominante e sopra le righe nei dialoghi.

Il saggio di Fioretto contiene un’interessante sintesi dei principali studi scientifici sul turpiloquio. Scopriamo così che quando diciamo parolacce il nostro battito cardiaco accelera, così come il respiro, fino a ritrovare uno stato di calma dopo lo sfogo. Le variazioni d’intensità del linguaggio sono addirittura in grado di modificare il DNA.

Il turpiloquio va dunque rivalutato bandendo i tabù, come mezzo espressivo in grado di dare voce a una serie di sfumature emotive inesprimibili con un vocabolario ripulito da insulti e oscenità. Davanti a un’azione sconcertante non otterremmo lo stesso risultato rivolgendoci al nostro interlocutore con: “Quello che hai appena fatto mi lascia perplesso” rispetto a un “Che cazzo hai fatto?”. Le parolacce rappresentano un ponte tra la finzione decorosa e la realtà, un legame con quella vita imperfetta che a volte deve sporcarsi di insulti e maledizioni per permetterci di esprimere tutte le sfaccettature del nostro stato d’animo.

Il turpiloquio si evolve e trova nuovi modi di trasmettere la sua carica oscena. Accade così che un termine ritenuto offensivo una volta sdoganato e infranto il tabù perda la sua forza emotiva, quando compare di frequente sulla bocca di una moltitudine di persone. Al contrario un uso calibrato delle parolacce regala più enfasi e pathos a un discorso pulito. Come nel caso dello sfogo di Roberto Saviano, che attraverso le parolacce sembra voler dismettere i panni dello scrittore impegnato per tornare a una vita normale, “reale”, ebbra di giovinezza e spensieratezza:

Penso di aver diritto a una pausa. […] ‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa […]. Cazzo ho soltanto ventotto anni!

Anche in questo caso le parolacce diventano espressione di libertà, di riconquista degli spazi impronunciati dell’io, troppo spesso mascherati dall’ortodossia del linguaggio.

Anche Francesco le diceva
Una riflessione sociolinguistica sull’uso delle parolacce
Natale Fioretto
Editore Graphe.it
Collana Saggistica, Parva 6
pagine 36
Anno di pubblicazione: 2016
ISBN/EAN: 9788897010937
Formati: cartaceo; eBook

L'autore

L'autore

Natale Fioretto è docente di lingua italiana e di traduzione dal russo presso l’Università per Stranieri di Perugia. Si occupa da anni di metodologia dell’insegnamento della lingua italiana come L2. È appassionato di Valdo di Lione e Francesco d’Assisi. Oltre a varie pubblicazioni, per la Graphe.it ha curato la traduzione in italiano delle opere di Mario Quintana.

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