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Lavori a tempo indeterminato per finta: la verità sul Jobs Act

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Da qualche settimana l’Istat e gli altri istituti di statistica si sperticano in complimenti all’attuale Governo Renzi, affermando che da quando è entrato in vigore il Jobs Act ci sono state migliaia di assunzioni a tempo indeterminato in più rispetto al passato. Per dirla con un termine caro al PD, si vede la luce in fondo al tunnel della crisi. La realtà è, come sempre, ben diversa. I lavori a tempo indeterminato che tanto Renzi millanta, non sono altro che assunzioni precarie “travestite” da tempo indeterminato. Il nuovo contratto a tutele crescenti, come riportato in precedenti articoli, in realtà nasconde 3 anni di precariato nei quali si può essere licenziati da un momento all’altro, anche se vengono registrati come lavori a tempo indeterminato. Terminati i 3 anni poi, in teoria si può essere assunti ma la realtà è ben diversa. Ad un datore di lavoro infatti non conviene trasformare il precario in assunto ma conviene assumere un’altra persona con lo stesso contratto.

Il Jobs Act nella pratica

Probabilmente il vero spirito del Jobs Act si vedrà solo fra tre anni quando scadranno i periodi di “tutele crescenti” delle centinaia di migliaia di persone assunte nell’ultimo periodo, e si vedrà quante di loro diventeranno effettivamente tempi indeterminati. Oggi però abbiamo già i primi assaggi del valore reale dell’ultima riforma del lavoro.

Ci sono per esempio i tre operai della cartiera Pigna Envelopes di Tolmezzo, in provincia di Udine, assunti con il contratto a tutele crescenti, ma licenziati dopo 8 mesi di lavoro al primo calo della produzione. Loro malgrado sono i primi licenziati dall’entrata in vigore del Jobs Act. Che differenza ci sia con i vecchi contratti precari è difficile da capire. Anzi, forse i vecchi contratti precari erano più convenienti visto che almeno per un anno il lavoratore era sicuro di non poter essere licenziato.

La reazione dei sindacati ai licenziamenti dei nuovi lavori a tempo indeterminato

Cosa è cambiato nel mondo del lavoro con l’ingresso del Jobs Act? Secondo i sindacati, come afferma ad esempio Paolo Morocutti della Slc Cgil di Udine, intervistato dal Fatto Quotidiano, per un datore di lavoro è molto conveniente questo nuovo contratto, ma non lo è per il lavoratore. Considerando infatti i vecchi metodi contrattuali, un apprendista non può essere licenziato fino alla fine dell’apprendistato, a meno che non commetta qualcosa di grave (come per esempio rubare); un vecchio tempo determinato (co.co.co, co.co.pro., ecc.) non può essere licenziato fino alla fine del contratto, a meno che non si dimetta; un tempo indeterminato vecchio stile poi non è proprio in discussione visto che, in caso di licenziamento, c’è l’articolo 18 che gli permette di ritornare al lavoro o ottenere un lauto indennizzo.

Con il Jobs Act invece l’azienda non solo può mandare via il lavoratore in qualsiasi momento senza giusta causa (quindi non solo in caso di calo della produzione, ma teoricamente anche se il lavoratore non dice “buongiorno” al datore di lavoro), ma durante il periodo nel quale il lavoratore ha prestato servizio, il suo capo ha beneficiato di una serie di sgravi fiscali che non erano previsti con altri tipi di contratti. A questo punto viene da chiedersi: a chi conviene effettivamente il Jobs Act? Al lavoratore o al datore di lavoro? La risposta la dà Mario B., il primo dei tre operai licenziati, intervistato da La Repubblica. Alla domanda se si aspettava il licenziamento, questa è stata la sua risposta:

Non ci credevo. Se sei precario, te lo puoi aspettare. Se sai di essere a tempo indeterminato, no. E invece ho scoperto così che ero precario lo stesso. Vedevo Renzi in tv, parlavano tutti di “tutele crescenti”… Ecco sulla mie pelle ho visto che quella dizione è una barzelletta.

Foto: Freeimages

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