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La crisi cinese spaventa più di quella greca: che rischi ci sono?

crisi cinese

Da settimane non si fa altro che parlare della crisi in Grecia con una probabile uscita del Paese dall’area Euro. Ma questo terremoto in realtà potrebbe rivelarsi una semplice scossa se paragonato a quanto sta avvenendo a qualche decina di migliaia di chilometri di distanza: esattamente in Cina. La crisi cinese infatti è per adesso taciuta, raccontata quasi con un bisbiglio, forse perché il regime autoritario cinese non vuol farla conoscere, o semplicemente per non allarmare i mercati, ma fatto sta che, se davvero dovesse scoppiare, sarebbero guai per tutti. Guai ben peggiori di quelli che può procurare un Paese piccolo, soprattutto economicamente, come la Grecia.

Crisi cinese: cosa sta succedendo

Da tanti anni si sa che la Cina sta correndo, economicamente parlando, molto più di qualsiasi altro Paese al mondo. Ha un tasso di crescita che mai si era registrato nella storia, tanto da aver superato persino gli Stati Uniti. Oggi si scopre che forse l’economia cinese è stata “manovrata” per farla andare più in alto possibile, e il sospetto è che ciò sia stato fatto perché, se dovesse cadere, si possa fare più male possibile. In Cina infatti si comincia a parlare di bolla finanziaria, un termine che abbiamo conosciuto nel 2005 con il caso mutui sub-prime che hanno portato al fallimento della Lehman-Brothers e di fatto all’inizio della crisi economica in Occidente.

La crisi cinese è qualcosa di molto simile: si è creata una bolla sui mercati valutari, cioè sono stati comprati tantissimi titoli cinesi per farne crescere a dismisura il valore per poi, all’improvviso, scoppiare questa bolla, vendendo di colpo tutti i titoli e facendo crollare la Borsa. Vedendo i prezzi scendere all’improvviso, anche tanti altri investitori “esterni”, presi dal panico, hanno cominciato a vendere le loro azioni, creando così un effetto a catena. Secondo le malelingue cinesi questa crisi è stata creata in modo volontario da Wall Street che ha trovato questo modo subdolo per fermare la crescita economica di Pechino che stava oscurando gli USA. Questa ipotesi complottista però non regge perché, secondo l’analisi del Sole 24 Ore, pare che il 95% delle azioni cinesi sia in mani cinesi, e dunque anche se il restante 5% fosse tutto nelle mani degli americani, non sarebbe possibile creare un danno simile.

Alla fine dei conti la conseguenza è stata che, nel solo mese di giugno, la principale Borsa cinese, quella di Shanghai, ha perso il 35%, più di un terzo del suo valore. In termini assoluti si parla di 3 miliardi di dollari bruciati. Per capire meglio l’entità di questa cifra, basti dire che con i soldi che sono stati bruciati nella Borsa cinese si sarebbe potuta salvare la Grecia e si sarebbe potuto contemporaneamente azzerare il debito dell’Italia.

Il Governo cinese ha provato a porre un freno a questa speculazione bloccando le transazioni sul 71% dei titoli scambiati in Borsa, ma ormai era troppo tardi. La bolla scoppiata a Shanghai ha trascinato anche la Borsa di Shenzhen e si calcola abbia azzoppato oltre 1400 imprese locali, oltre che aver fatto perdere tantissimi soldi ai piccoli investitori. La mossa di vietare ai manager e ai soci delle aziende con più del 5% di azioni di vendere anche solo parte del proprio pacchetto sembra invece stia funzionando.

Gli effetti della crisi cinese sull’economia reale

Dobbiamo subito precisare che l’Italia è poco esposta nei confronti della Cina e quindi un crollo della loro economia potrebbe toccarci solo di striscio. Piuttosto sono incalcolabili gli effetti indiretti, cioè come reagiranno le economie con cui abbiamo rapporti più stretti (Germania, Giappone, Australia e USA), colpite più direttamente a loro volta dalla crisi cinese. Ad ogni modo chi paga più di tutti sono gli investitori nella Borsa che si sono ritrovati un giorno milionari e il giorno dopo pieni di debiti perché le loro azioni valevano carta straccia. Molti non sono più in grado di onorare il proprio debito con le banche e sono costretti a vendere tutte le loro proprietà.

Conseguenze negative ci sono anche sulle altre Borse asiatiche importanti, ovvero Tokyo e Hong Kong, che hanno subito notevoli contraccolpi e da alcune settimane salgono e scendono come sulle montagne russe. Altre conseguenze sono pagate dal Governo cinese che è stato costretto ad abbassare drasticamente i tassi d’interesse per far riprendere i consumi e far prendere ossigeno alle imprese (come fatto da Draghi per contrastare la crisi in Europa), ed ha immesso nuovi capitali sul mercato. L’economia reale ha cominciato a frenare, anche se questo rallentamento non sembra legato alla crisi delle Borse ma piuttosto al fatto che finora ha corso troppo ed è arrivato il momento di tirare il fiato. Non era possibile infatti continuare a crescere sempre a doppia cifra.

In Italia dovrebbero risentirne solo le aziende che esportano verso la Cina perché la crisi cinese ha tolto dalla circolazione molti soldi e dunque ci sarà meno disponibilità ad acquistare i prodotti dall’estero, anche italiani.

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