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Finte partite Iva addio? Il Jobs Act prova a cancellarle

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Il Consiglio dei Ministri ha presentato gli ultimi decreti attuativi sul Jobs Act per poter eliminare definitivamente il fenomeno delle finte partite Iva. L’intento del Governo Renzi, così come lo era stato quello precedente di Monti, è di far emergere tutti quei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che la legge prevede con le forme contrattuali dei co.co.co e dei co.co.pro ma che tantissime aziende oggi eludono con le più convenienti forme di collaborazione con partita Iva. Renzi, con il suo Jobs Act, vorrebbe trasformare tutte queste collaborazioni in assunzioni a tempo indeterminato visto che le forme di contrattazione atipica dal 1° gennaio 2016 verranno abolite. Ma il metodo applicato non sembra sia efficace.

Le nuove regole per smascherare le finte partite Iva

Per tentare di far emergere le finte partite Iva, quel fenomeno che vede il lavoratore costretto dal datore di lavoro ad aprire una partita Iva non per intraprendere un’attività commerciale ma solo, in sostanza, per far pagare meno tasse all’azienda, sin dal Jobs Act dello scorso anno sono state previste una serie di limitazioni. Limitazioni accentuate con i decreti attuativi di questi giorni e che entreranno in vigore nel 2016. Le finte partite Iva saranno automaticamente trasformate in assunzioni a tempo indeterminato a tutele crescenti quando, dopo almeno 2 anni di collaborazione:

  • Un lavoratore collabora con la stessa azienda per almeno 8 mesi nell’arco di un anno;
  • Ottiene almeno l’80% dei suoi introiti da quell’azienda;
  • Ha una postazione fissa all’interno dell’azienda.

Basterebbe che sussistessero almeno 2 delle 3 condizioni per trasformare automaticamente le finte partite Iva in assunzioni. Ma sarà davvero così?

L’inganno del Jobs Act

In realtà, come sempre in Italia, è stata prevista una scappatoia per le aziende. Una scappatoia che renderà impossibile trasformare le finte partite Iva in assunzioni a tempo indeterminato. I decreti attuativi recentemente presentati dal Governo prevedono che si possa evitare l’assunzione se:

  • Il contratto firmato deriva da un contratto collettivo;
  • Il lavoratore è iscritto presso un albo professionale (ed è il caso della maggioranza dei giornalisti che lavorano in rete);
  • C’è autonomia nell’organizzazione del lavoro.

Quest’ultimo punto è sottile ma determinante. Cosa significhi autonomia è piuttosto vago. Un datore di lavoro può affermare che il collaboratore lavora da casa, oppure viene in ufficio senza un orario prestabilito, dunque è autonomo. In realtà non è così perché ogni giorno deve lavorare un certo numero di ore, eseguire determinati compiti e portare determinati risultati. La vaghezza del termine “autonomia” concederà dunque un’enorme alibi ai datori di lavoro per continuare ad utilizzare impunemente le finte partite Iva.

Infine sono state introdotte importanti novità riguardo al lavoro accessorio o occasionale. Il voucher con il quale venivano pagati fino ad oggi i collaboratori dovrà essere obbligatoriamente online per poter essere meglio tracciato. Di contro però è stata alzata la soglia dagli attuali 5000 ai 7000 euro annui guadagnati con la stessa azienda. Rimanendo sotto i 7000 euro si resta nella no-tax area, ma i controlli saranno più efficienti.

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