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Stop rimborsi ai partiti, ecco come si finanzierà la politica

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finanziamento partiti

Con un decreto legge ieri sera il Premier Enrico Letta ha ufficialmente chiuso l’era del finanziamento pubblico ai partiti. Fino a ieri ufficialmente veniva chiamato “rimborso elettorale”, ma di fatto era la norma sul finanziamento che veniva modificata per far arrivare nelle tasche dei partiti ancora più soldi di quelli che il popolo aveva chiesto di eliminare votando un referendum abrogativo.

A prescindere dal fatto che questa norma sarà graduale, nel senso che toglierà completamente i rimborsi ai partiti non prima del 2017, cerchiamo di capire adesso dove la politica prenderà i soldi. Anche perché gli italiani si sono fatti sospettosi e si aspettano un’altra sorpresa. Dopotutto se in seguito al referendum i partiti si sono inventati il rimborso, perché non dovrebbero ripetersi, trovando un altro escamotage?

Il sospetto è legittimo, specialmente con questa classe politica, ma questa volta, almeno se tutto dovesse andare secondo le promesse di Enrico Letta, non sarà così. In sostanza chi vorrà pagare, verserà una quota volontaria ai partiti. Chi non vorrà farlo non lo farà. Il sistema assomiglia a quello americano (nella forma, non nei numeri) e garantisce che non saranno spesi soldi pubblici per finanziare la politica.

Ci saranno due possibilità di finanziamento. Uno arriva direttamente dalla dichiarazione dei redditi e più precisamente dalla casella del 2 per mille. Sarà possibile decidere di versare la quota del 2 per mille ai partiti, probabilmente specificando a quale partito inviarlo (non è stato precisato questo punto), ma se non lo si farà, i soldi non andranno sempre nel calderone dei partiti, ma resteranno allo Stato. La seconda forma di finanziamento è la donazione volontaria che può arrivare fino ad un massimo di 300 mila euro a persona. Infine in questa legge viene introdotto anche l’obbligo di certificazione esterna dei bilanci dei partiti in modo da renderli pubblici ed evitare gli scandali degli anni scorsi quando erano gli stessi politici a certificare i bilanci, facendo poi scoppiare gli scandali dei mesi scorsi quando alcuni eletti si facevano rimborsare spazzolini, videogiochi e biancheria intima.

Foto: © Thinkstock

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