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Conferenza sul clima di Varsavia, gli ambientalisti gettano la spugna

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conferenza di varsavia

Non era mai successo in vent’anni di conferenza sul clima che gli ambientalisti si arrendessero. Proprio quelle conferenze che le varie associazioni sponsorizzano tutto l’anno e che servono proprio per mettere d’accordo i vari capi di Stato per garantire l’impegno sulla riduzione delle emissioni, questa volta vedono una conclusione inaspettata. Il giorno prima della chiusura dei lavori (cioè oggi), le associazioni hanno gettato la spugna. Il motivo è semplice: non solo non c’è accordo (e questo ci può pure stare), ma nessuno degli Stati che hanno partecipato al summit, Unione Europea esclusa, era intenzionata a trovarlo. Sono andati a Varsavia per una passerella e niente di più.

Sono lontani i tempi in cui i Ministri dell’Ambiente si davano battaglia per un’intera settimana, ascoltavano gli appelli degli scienziati e poi, nelle ultime 48 ore, arrivavano i pezzi da novanta come Obama, Merkel, Ban ki-moon o il presidente cinese e risolvevano la questione. Ora le cose vanno in maniera decisamente diversa. Che qualcosa non andasse lo si era capito sin dai primi giorni. A differenza del solito, quando ogni Paese inviava il proprio Ministro dell’Ambiente, quest’anno i ministri presenti alla conferenza erano oltre il 30% in meno. Nemmeno l’Italia ha inviato il suo, rimasto a Roma per discutere del problema-Cancellieri.

Altri segnali negativi sono arrivati dalla Polonia, Paese ospitante, che negli stessi giorni della conferenza aveva anche organizzato il meeting della World Coal Association, l’associazione dei produttori di carbone, perché è su questo combustibile che molti Paesi hanno deciso di investire. Proprio quello che ci ha portati a questo punto. Come ciliegina sulla torta, a pochi giorni dall’inizio del summit, il presidente polacco ha fatto dimettere il proprio Ministro dell’Ambiente, che sosteneva le tesi degli ambientalisti, per sostituirlo con uno che invece sostiene la sua politica di sviluppo dello shale gas.

A tutto ciò si devono aggiungere altri dati oggettivi: il Giappone ad esempio, dopo il disastro di Fukushima ha quasi del tutto abbandonato il nucleare. Per sostituire quella fonte ha deciso di investire molto poco nelle rinnovabili, e molto di più in carbone e petrolio. Per questo ha detto che non rispetterà i patti di Kyoto sulla riduzione delle emissioni. Subito a ruota l’ha seguito l’Australia che ha intenzione di incrementare la produzione di carbone (da esportare) del 50% in 20 anni, e di conseguenza anche India, Brasile ed altri Paesi emergenti si sono sentiti autorizzati a puntare nuovamente sul carbone. Un carbone che oggi ci spacciano per pulito, ma che in realtà pulito non lo è affatto.

È venuta allo scoperto la Cina che punta su un mix carbone-nucleare-rinnovabili, mentre Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti continueranno con la politica dello shale gas. Punteranno anche sulle rinnovabili, questo è vero, ma senza porre limiti alle emissioni. In tutto ciò l’Europa è rimasta sola, ed anche al suo interno non è che siano tutti contenti delle decisioni ambientali. Per questo non ha trovato quasi pubblico lo studio presentato ieri alla Conferenza che ha dimostrato come, con il tasso di inquinamento attuale, si rischia di innalzare le temperature medie globali di 3,7 gradi entro la fine del secolo (il limite di sicurezza è stabilito nei 2 gradi), ma se si continuasse ad investire solo nel carbone potremmo arrivare anche a 5 gradi. Ciò significherebbe che scene come quelle delle Filippine della settimana scorsa o della Sardegna degli ultimi giorni diventerebbero un’abitudine.

In tutto ciò l’ultima speranza erano le associazioni ambientaliste che, con qualche manifestazione di protesta, si sperava potessero convincere qualcuno. Ed invece ieri sera è stato deciso il gesto più clamoroso che si potesse pensare: hanno abbandonato tutte il congresso.

I negoziati sul clima sono una cosa molto seria e non si può trasformarli in burla

ha dichiarato il WWF, ed ora le conseguenze per la Terra non sono affatto incoraggianti.

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