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Quanto costa davvero l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti

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Iscriversi all’Ordine dei Giornalisti può essere un sogno per migliaia di italiani. La professione del giornalista è tra le più affascinanti che esistano, ed ogni anno sono tantissimi i giovani che provano a realizzare questo sogno. Purtroppo però, una volta diventati giornalisti, inizia l’incubo. A prescindere dai guadagni (a volte persino pari a zero) ed i maltrattamenti subiti da un giornalista praticante, in questo articolo affrontiamo un problema che sta a cuore a tutti: il portafoglio. Tutti quelli che vogliono diventare giornalisti cercano di capire quanto costi iscriversi all’Ordine, ma il problema non è quanto costa iscriversi, ma quanto costa rimanere giornalisti.

L’iscrizione è costosa, ma è il problema minimo. A parte tutta la trafila burocratica ed eventuali esami che al primo colpo non si riescono a passare quasi mai, il costo iniziale ammonta in circa 500-700 euro, a seconda dell’Ordine Regionale, tra marche da bollo, tasse, autorizzazioni e via dicendo. E, come detto, questo è solo l’inizio.

Ogni Ordine regionale ha la sua tariffa annuale. Questa si aggira intorno ai 100 euro, ma ce ne sono alcuni che arrivano persino a 180 euro come quello della Calabria. Questa cifra è obbligatoria anche se non si pratica l’attività giornalistica o lo si fa gratis (che teoricamente sarebbe illegale, ma in Italia il confine tra legale e illegale è molto sottile). Quando ci si iscrive all’Ordine di solito ci viene detto che questo è l’unico costo obbligatorio. Purtroppo non è così.

L’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti comporta anche l’iscrizione, automatica ed obbligatoria, all’Inpgi. Si tratta dell’istituto previdenziale dei giornalisti che sostituisce l’Inps. Non si può essere iscritti all’Ordine senza essere iscritti all’Inpgi, e non ci si può disiscrevere dall’Inpgi rimanendo iscritti all’Ordine. Il problema principale è che l’Inpgi costa tanto, specialmente per l’esercito di precari del giornalismo che guadagnano poco.

Tanto per cominciare, c’è una quota annuale da pagare per forza, anche se non si percepisce reddito. La quota è di 133 euro e spiccioli che va a coprire anche spese di maternità ed altri vantaggi che hanno quei pochi eletti con il tempo indeterminato, ma che tutti gli altri precari non vedranno mai. La cifra raddoppia dopo 5 anni di anzianità di iscrizione. Ma ciò che più pesa sulle tasche del povero neo-giornalista è la quota sui guadagni. Ogni anno infatti, dopo la dichiarazione dei redditi, bisogna presentare la dichiarazione anche all’Inpgi. Qui il nostro caro (nel senso di costoso) istituto previdenziale chiede il 10% sugli introiti più il 2% che dev’essere versato dal datore di lavoro.

Proviamo a tradurre queste percentuali in numeri reali. Un giornalista alle prime armi (e per prime armi intendiamo anche per i primi 6-7 anni di carriera) guadagna mediamente 600 euro al mese. A fine anno risulta che, da attività giornalistica, ha guadagnato 7200 euro. L’Inpgi ci chiede di versarne 720 (il 10%) più 144 (il 2%). Peraltro all’Inpgi non interessa se il datore di lavoro ha accettato di versare il 2%. È tenuto a farlo ma non tutti lo fanno. Se non lo fa, anche quei 144 euro andrebbero messi di tasca propria. Alla fine dei conti il nostro giornalista precario dovrà versare 864 euro meno i 133 già versati (se li ha versati) di quota fissa, totale: 731 euro. Ora, un giornalista non a tempo indeterminato, che quindi non percepisce tredicesima o quattordicesima, si ritrova a pagare di botto più di quanto percepisce di stipendio in un mese.

Sono contributi previdenziali, direte voi. Prima o poi ritorneranno in pensione. Ammesso che il nostro giornalista precario ci arrivasse alla pensione, ecco un’altra brutta sorpresa: l’integrazione sarà minima, quasi inesistente. Parliamo di meno di cento euro al mese, anche se le cifre dipendono da quanto si è versato. Come riporta Daniele Cirioli su Italia Oggi, il minimo contributivo previsto per legge è di 1.535,72 euro. Se non si riesce a versare una cifra simile (ed oggi quasi nessun giornalista precario ce la fa visto che significherebbe guadagnare circa duemila euro al mese) toccherebbe lavorare il doppio o il triplo degli anni per ottenere la pensione. Raggiunti i 66 anni poi, se non si sono raggiunti i minimi di legge, non si ha diritto alla pensione ma la cifra versata viene restituita con gli interessi.

Dopo aver analizzato questi dati, viene da chiedersi perché oggi bisogna iscriversi all’Ordine dei Giornalisti. Per esperienza la risposta che posso dare è che possono permetterselo soltanto quelle persone che sono sicure di essere assunte a tempo indeterminato, oppure che da free lance o con qualche altro tipo di contratto sono consapevoli di guadagnare in modo soddisfacente, almeno tremila euro al mese, in maniera tale da non spaventarsi quando gli verrà presentato un conto di quattromila euro. Conviene ai giornalisti professionisti con buoni agganci (perché non sempre basta la capacità) e che riescono a farsi assumere perché otterrebbero tutti i vantaggi dell’iscrizione ad una Casta, e potrebbero pagare questo balzello con la tredicesima. Per tutti gli altri, il popolo di internet, quello che guadagna 10 euro, 5 euro, 3 euro e a volte anche meno di un euro a pezzo, il consiglio è: lasciate stare, continuate a lavorare online tanto il tesserino non è obbligatorio, e risparmiate quel migliaio di euro all’anno per farvi delle meritate vacanze.

Foto: © Thinkstock

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