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Guerra in Siria, Stati Uniti e Gran Bretagna sempre più vicine all’intervento

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Ormai all’intervento armato straniero manca poco. La Siria, da oltre un anno teatro di una guerra civile tra le più cruente degli ultimi anni, si sta per trasformare in un campo di battaglia in cui c’è il pericoloso intervento di una o più forze militari esterne che si schierano contro il Governo nazionale del Paese. Dopotutto l’escalation di violenza avvenuto negli ultimi giorni non poteva lasciare indifferenti le più grandi super potenze mondiali.

La situazione al momento è questa: nell’immediato gli ispettori dell’Onu entreranno in Siria (ingresso previsto già oggi) per cercare le famose armi chimiche che Assad avrebbe utilizzato contro il suo stesso popolo. Da un lato infatti ci sono i ribelli che denunciano da mesi questo pericolo e che sono pronti a portare come prova alcuni cadaveri sui quali ci sono i segni delle armi chimiche, dall’altro protestano USA, Gran Bretagna e Francia, affermando che ormai è tardi. Almeno sul terreno infatti, i gas e gli altri armamenti chimici illeciti lasciano tracce che durano 72 ore. Essendo passati già 5 giorni, sembra impossibile che i rilevamenti possano servire a qualcosa.

E allora da un lato ci sono questi tre Paesi che spingono per un intervento armato, facendo pressione sulle Nazioni Unite affinché gli concedano l’autorizzazione; dall’altro ci sono alcuni Paesi che non sono d’accordo con l’uso della forza, tra i quali l’Italia, e persino qualcuno che si oppone in prima persona e minaccia ripercussioni come la Russia che storicamente è alleata del dittatore siriano. In tutto questo si inseriscono anche alcuni Paesi arabi, come il Qatar o l’Arabia Saudita, che non hanno voce in capitolo sullo scacchiere Onu, ma che in un modo o nell’altro stanno sostenendo i ribelli.

La soluzione prospettata al momento da Germania e Russia è invece di stabilire una commissione indipendente che possa effettuare delle indagini sul campo e, una volta accertate le responsabilità, decidere di risolvere la questione con una mossa politica e non con l’intervento armato. Una soluzione del genere però potrebbe prolungare ancora la battaglia per mesi.

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