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Eni, Enel e Finmeccanica vendute per ripianare il debito pubblico?

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Per fronteggiare la crisi, l’Italia ha deciso di vendere i gioielli di famiglia. Ma come sempre lo fa all’italiana, e cioè male. Anziché vendere immobili inutili e costosi, aziende in perdita o altri beni che non fruttano nulla e che anzi, hanno soltanto costi, il Ministro del Tesoro Saccomanni ha proposto di cedere le uniche tre aziende in attivo che portano profitti importanti alle casse statali: Eni, Enel e Finmeccanica.

Non lo ha detto chiaramente, ma lo ha lasciato intendere durante il G20 di ieri a Mosca. E l’aspetto più inquietante è che non si è trattato di un’idea che è saltata fuori all’improvviso da un ragionamento privato del Ministro perché poco dopo è stata confermata anche dal Premier Enrico Letta che ha spiegato che è una possibilità che stanno vagliando. Il motivo dietro questa scelta è da ricercare nella fretta che c’è di rastrellare quanti più soldi possibile nel minor tempo possibile.

Entro il 2014 infatti l’Italia sarà costretta a trovare 40 miliardi di euro per appianare debiti in scadenza, e siccome gli aumenti di Iva e Imu sono considerati l’estrema ratio, bisogna trovare i soldi in qualche altro modo. Un metodo lo ha proposto il segretario generale della CISL Raffaele Bonanni che non sembra affatto contento della cessione delle poche aziende che garantiscono allo Stato un introito sicuro:

Piuttosto che pensare di vendere ciò che di buono è rimasto nelle mani dello Stato italiano il Governo ed il Ministro Saccomanni dovrebbero non escludere di tagliare drasticamente le tasse a lavoratori e ai pensionati, di inasprire le pene per gli evasori, di vendere il patrimonio del demanio pubblico o le aziende municipalizzate, di ridurre i costi esorbitanti della politica e delle istituzioni centrali e locali e con essi gli sprechi, le inefficienze e le ruberie scandalose.

Non ha tutti i torti Bonanni, visto che se si chiudesse la commessa per gli F35 si recupererebbero già una quindicina di miliardi, e senza la TAV se ne risparmierebbero almeno altri 10. Ma evidentemente ci sono in ballo troppi interessi. Non a caso le quote di mercato delle partecipate statali in Borsa ammontano all’incirca a 35 miliardi. Il rischio è che, come spesso accaduto in passato (Telecom insegna) c’è il rischio che un’azienda statale in salute venga svenduta ai soliti noti che poi ne trarrebbero un profitto enorme, lasciando all’Italia solo le briciole.

Foto: © Thinkstock

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