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Alternative al voucher: aumenteranno le partite IVA?

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alternative al voucher

Steward degli stadi, donne delle pulizie, manovali, raccoglitori: cosa hanno tutte queste professioni in comune? A primo impatto sembra nulla, ma una cosa li accomunava fino a 3 giorni fa: venivano tutti pagati con i voucher. Adesso che il Governo li ha ufficialmente aboliti, come verranno pagati? Quali alternative al voucher esistono per la legge italiana? In teoria nessuna. Negli ultimi anni i vari Governi che si sono succeduti, e in particolare quello di Renzi, hanno cercato di potenziare questo strumento. L’abolizione improvvisa da parte del Governo Gentiloni, per evitare il referendum, ha di fatto lasciato un vuoto legislativo.

I voucher, è bene ricordarlo, erano nati per contrastare il lavoro nero. Anche se sottopagavano il lavoratore, gli davano copertura assicurativa e pensionistica. Abolendo il voucher non ci sono altri strumenti che possano dare le stesse tutele. Dunque cosa resta da fare ai datori di lavoro? Vediamo quali alternative al voucher ci sono oggi.

Dalle partite IVA ai co.co.co, le alternative al voucher

Non essendo disponibile uno strumento che sostuisce i voucher, bisogna “arrangiarsi” con quelli che ci sono già. Se infatti un rapporto di lavoro non è subordinato e regolare, tipologia che obbligherebbe il datore di lavoro ad assumere il dipendente, ci sono alcune tipologie contrattuali da prendere in considerazione:

  • Co.co.co: possibile in caso di una collaborazione continuativa (cioè tutti i giorni) per un determinato periodo di tempo che non ecceda i 36 mesi. Fornisce più o meno le stesse tutele dei voucher, ma costa di più all’azienda.
  • Tempo determinato o stagionale: tipico dei braccianti agricoli, è un contratto simile al precedente ma che si può stipulare anche per pochi giorni o un giorno soltanto. Unico limite: è rinnovabile solo 5 volte in 3 anni continuativi. Stesse tutele per il lavoratore, costi simili per il datore.
  • Partita IVA: il lavoratore apre una partita IVA ed emette fattura per ogni singola prestazione. Zero tutele per il lavoratore che deve pagarsi anche i contributi da solo, zero costi aggiuntivi per il datore di lavoro.
  • Collaborazione occasionale: simile alla partita IVA ma senza l’obbligo di aprire la partita IVA, l’unico vincolo che ha è che non si possono emettere note di addebito per un importo superiore ai 5000 euro nell’anno solare nei confronti dello stesso datore di lavoro. I contributi vengono trattenuti dal compenso, ma non ci sono altre spese. Sotto una certa soglia vengono poi rimborsati al lavoratore.
  • Contratti a chiamata o interinali: il lavoratore dev’essere iscritto presso un’agenzia per il lavoro che lo “assume” solo quando serve. I limiti in questo caso sono le 400 giornate negli ultimi 3 anni e il fatto che sono somministrabili solo sotto i 24 anni o sopra i 55 anni. I costi sono pagati dall’agenzia, e poi scaricati sull’azienda.

L’ultima alternativa sarebbe il lavoro subordinato che di fatto comporta l’assunzione del lavoratore. Ma parliamo di un’alternativa difficile da realizzare perché comporterebbe una serie di costi che i datori di lavoro volevano evitare proprio sfruttando i voucher. Ricordiamo infine che i voucher già emessi possono essere utilizzati fino al 31 dicembre 2016, mentre dal mese di aprile 2016 non è più possibile emettere nuovi voucher lavoro.

Foto: Pixabay

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